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LA REPUBBLICA La Roma e un film già visto: il match da ultima spiaggia

(E. Sisti) – Parliamo di sogni realizzabili o è solo l’effetto della vicinanza tra la Roma e la Disney? Fantasia, realtà, Champions League. Dopo aver appurato con una punta di tristezza che non si tratta di sinonimi, quale dimensione prevarrà sulle altre? A chi somiglierà la Roma, al vincente Paperone, allo sfigato Paperoga, sarà fantastica o neorealista? Stasera i giallorossi in cerca di personalità accederanno per l’ennesima volta alla loro ultima occasione. Quante volte sarà già successo, quante ultime spiagge, quante volte le stesse parole, i dentro o fuori, gli ora o mai più, i ce l’abbiamo fatta e invece lo Slavia Praga t’infila, gli abbiamo vinto e invece il Cska ti rimonta e il Bayer quasi ti risupera. Quante volte gli stessi silenzi, tra amarezza, delusione e rabbia, all’indomani di una partita buttata o persa di brutto, vissuta male o vissuta, come a Leverkusen, solo a metà. Negli ultimi due anni la Champions ritrovata della Roma è un disco rigato che fa tornare continuamente indietro la puntina del piatto: alla lunga la seducente melodia che ascolti diventa insopportabile, è sempre quella, ti fa diventare matto. Promesse, svolte a un passo, “sliding doors”, qualche risultato memorabile, ma alla fine sono sempre gli altri che vanno avanti o te ne fanno sette. E l’ultima vittoria in Champions (Roma-Cska 5-1) si allontana ogni giorno di più. Invertiamo la rotta stasera? Per evitare di dover dire, a giochi fatti, «non ci resta che piangere», Rudi Garcia dice, a giochi ancora aperti, «non ci resta che vincere». Inevitabile e cinematografica ripetitività esibita nella più breve conferenza stampa della storia delle coppe europee, poco meno di dieci minuti ( 9’55”), fate conto un silenzio stampa mascherato: «Posso dirvi che oggi De Rossi sarà in campo e che abbiamo studiato la partita d’andata». La lingua perduta della Roma. Proprio a un passo dalla “last chance”, come certi automobilisti americani che sanno di dover fare benzina in quella stazione di servizio perché dopo intorno a loro avranno soltanto deserto, lucertole, cactus, spianate di sale e Zabriskie Point, è come se la Roma, o chi la rappresenta, non avesse molto da dire. Keita non è pronto, De Rossi sì, sarebbe meglio giocare con lo stadio pieno, dobbiamo vincere. Fine. Accanto a Garcia siede l’ultimo suo amico-nemico Szczesny, accusato dal francese di essere un responsabile diretto (non l’unico forse) della sconfitta di Milano. Il polacco è di cattivo umore, quel mezzo sorriso che ostenta pare una smorfia di circostanza: «Sono in forma ma sono ancora un giocatore dell’Arsenal quindi non vi arrabbiate se vi dico che potrei tornare a Londra. Ma è un onore giocare in questa meravigliosa città». E la squadra non è meravigliosa? Ieri il portiere non l’ha detto, forse il via vai davanti alla sua guardiola non lo convince più. Parla Voeller («la Roma può vincere lo scudetto»), parla il ct della Bosnia Bazdarevic («perché Garcia ha tolto Dzeko a Milano?»). E in giro si discute più di Serra, Gabrielli, della curva spezzata in due e momentaneamente vuota, della maglia del Boca postata da De Rossi, che del pathos, di come caricarsi, sentirsi forti, di come andare a prendersi una partita fondamentale. Come se fondamentale non fosse.

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