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Monchi ©Getty Images

A due giorni dalla prima partita della nuova Champions League, il direttore sportivo della Roma Monchi si è raccontato in una lunga intervista rilasciata a “El Mundo“.

Questi i passaggi più importanti:

A distanza di un anno e con una semifinale di Champions conquistata, può dire di aver trovato questo nuovo Monchi?
“Semifinale di Champions League e terzo posto in campionato. Si può essere soddisdfatti. Sono cresciuto molto a livello professionale, dopo Siviglia avevo bisogno di nuovi stimoli e di una nuova sfida”.

La vendita di Salah e il ritiro di Totti.
Sono state due situazioni differenti. Il ritiro di Francesco era qualcosa che si doveva affrontare. Ci è voluto un po’ di tempo per capire che non poteva continuare ma alla fine lo ha fatto, e adesso è una figura fondamentale all’interno del club. Con Salah non c’era altra scelta, si doveva vendere. Dovevamo fare i conti con il Fair Play finanziario e dovevamo incassare il più possibile per non incorrere in qualche sanzione dall’Uefa. Non abbiamo venduto solo Momo ma anche Ruediger, Mario Rui e Paredes”.

Cosa ha significato eliminare il Barcellona?
“Autostima e una spinta per un progetto a lungo termine, basato sulla crescita internazionale del marchio Roma. Se si guarda al nostro lavoro sui Social si può capire bene, il club ha un profilo davvero moderno. È il modo per competere con Milan, Inter o Juventus. La Roma è l’unica ad aver avuto accesso alla Champions per cinque anni, insieme alla Juventus”.

Lo scorso anno avete affrontato Chelsea e Atletico, questa volta il Real Madrid. Come vede i blancos senza Ronaldo?
“Non è facile colmare il vuoto lasciato da un calciatore di quel livello, ma nonostante la sua partenza la squadra resta fenomenale”.

Che operazione di mercato è stata?
“Hanno tenuto i migliori: Isco, Bale, Benzema, Modric, Kross, Sergio Ramos, Marcelo…”.

Troppo costoso per te?
“Ho sempre lavorato con società che acquistavano giocatori a un prezzo adeguato e con margini di crescita”.

Per esempio Justin Kluivert.
“Ha 18 anni è sarà molto importante nel calcio europeo del futuro. Può giocare su entrambe le fasce, corre e fa gol. È un investimento. Il mio lavoro si concentra più sui profili che sui nomi. Mi baso sulle necessità tecniche e tattiche dell’allenatore, sia esso Di Francesco, Emery, Juande o Sampaoli”.

Di Francesco non sembra il classico allenatore italiano.
“Il calcio italiano non è sinonimo di catenaccio, ci sono esempi come Di Francesco, Conte, Allegri. Ho scelto Di Francesco perché rispettava le tre caratteristiche che cerco in un allenatore: prima di tutto conosceva l’ambiente, è stato giocatore nella squadra che ha vinto lo Scudetto. La seconda è che è italiano e avere un direttore sportivo straniero poteva bastare. La terza è che si tratta di tecnico capace di far crescere i giocatori, come ha dimostrato in passato. Lo ha fatto e in estate gli abbiamo rinnovato il contratto per un altro anno”.

Francesco Del Vecchio

Laureato in “Teorie della prassi cognitiva e comunicativa” con tesi di critica letteraria dal titolo “Uno, nessuno e centomila Federico De Roberto. Una lettura girardiana”, non ho resistito al richiamo del pallone. Cresciuto a pane, Subbuteo e Championship Manager, unisco la passione per la scrittura a quella per il calcio. Ho iniziato a lavorare su Internet ancor prima che nascesse Facebook, ma sono meno conosciuto di Mark Zuckerberg: meglio così, sono un tipo riservato.

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Francesco Del Vecchio

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