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Ciclismo, nove anni fa la morte di Marco Pantani

Ritrovato in un hotel di Rimini: visse da solo e morì da solo

Marco Pantani

MORTE PANTANI / ASROMALIVE.IT – Sono passati già nove anni da quando Marco Pantani se ne è andato. E mai come quest’anno sentiamo il dovere di ricordarlo. Dopo l’ammissione di Armstrong, che ha raccontato al mondo il suo imbroglio in diretta tv, le parole di Dekker e Rasmussen, e il ‘marcio’ che sta emergendo dal processo in riferimento all’Operacion Puerto, l’assenza di Marco si avverte in maniera ancor più nitida.

Aveva provato ad avvisarci, il Pirata, con il suo sguardo timido e la sua espressione contrita. Tra le righe ci aveva fatto capire che nel suo mondo, quando dominava al Giro e al Tour, c’era qualcosa che non andava, che lui era soltanto il capro espiatorio di un ciclismo malato, che in quegli anni permetteva a ‘mezzi corridori di ergersi a campioni’. Aveva provato a spiegarci che il doping, nel ciclismo (e forse anche negli altri sport), era pratica diffusa, una prassi propria anche degli insospettabili. Ma che lui e altri volevano combattere da ‘dentro’. Non gli avevamo creduto, e chi lo aveva fatto forse non aveva impiegato la forza necessaria nella ricerca della verità. Pantani se ne è andato da solo, in una camera d’albergo, sconfitto dalla cocaina che gli era sembrata essere l’unica soluzione al vortice della depressione in cui era caduto. Era il 2004, il 14 febbraio del 2004: un giorno in cui solitamente ci si conferma amore e rispetto, e si va a fuori a cena scartando cioccolatini. Ridendo e scherzando. Marco invece era triste, perché allontanato da quel ciclismo che per lui era tutto, e a cui lui aveva donato tutto se stesso. La strada, quando si impennava, aveva un solo padrone: il Pirata. Nessuno gli resisteva, nemmeno i signori che poi hanno confermato l’assunzione del doping a posteriori. Lui era come se avesse un motore nelle gambe, come se avesse le ali sulla schiena. Perché, quando scattava, Marco volava: in mezzo alla folla. Che poi era la sua forza. Ora che Marco non c’è più, l’”inizio della sua fine” sembra così assurda: assurda perché coincisa con la scoperta di un valore di ematocrito leggermente sopra il consentito (52 invece di 50) e perché con lui ci fu accanimento senza precedenti. Gli ultimi mesi ci hanno confermato che nel ciclismo di quegli anni c’era qualcosa di molto più profondo e radicato nel sistema: un doping di gruppo forse ancora difficilmente dimostrabile ma che, al momento, non si fa peccato a ipotizzare.

valerio de santis

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