LA STAMPA Conti in rosso e marchi deboli: Il legame a doppio filo con le tv

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Diritti Tv
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(G. Bottero) – Sette anni consecutivi di bilanci in perdita, un indebitamento netto che ha sfondato il miliardo e mezzo. E le prospettive, spiegano dalla società di revisione Deloitte, sono cupe: «Ci aspettano altri due anni difficili», dice Dario Righetti, partner responsabile del Consumer Business Italia. A strangolare il sistema calcio, concordano gli analisti, è un mix di dilettantismo, investimenti sbagliati e conti perennemente in rosso. «Se le società fossero normali imprese private molte di loro avrebbero già portato i libri in tribunale», spiega l’economista Tito Boeri. Ci sono eccezioni, ovviamente. Nella «Football Money League», la classifica che fotografa i ricavi dei club europei, la Juventus – l’unica a poter contare su uno stadio di proprietà -6 al nono posto, e il Milan si piazza subito dietro. Gli altri arrancano. Tra le leghe europee la nostra si piazza al quarto posto, ma la Francia ha messo la freccia. Non è un caso che gli sceicchi abbiano investito sul Paris Saint Germain: nel giro di tre anni ha quadruplicato i ricavi. «Hanno intravisto spazi di crescita che qui non ci sono», ragiona Righetti. II nodo dei diritti tv Al momento l’ossigeno arriva soprattutto dai diritti tv. Masi tratta di un’arma a doppio taglio, che preoccupa anche i vertici della federazione. II mercato è «nelle mani di un numero ristrettissimo di media – si legge in un report della Figc -. Se dovessero valutare il loro investimento come non più profittevole o decidere strategicamente di non investire più nel nostro Paese, il sistema sarebbe improvvisamente ridimensionato».

L’appeal delle nostre gare, tra l’altro, è in picchiata. Nella Premier League i diritti esteri valgono 908 milioni di euro, qui 117 (2013/14). II modello tedesco L’esempio, indicano gli analisti di Deloitte, è la Germania: bilanci positivi per 12 club su 18, un giro d’affari in crescita da otto anni e, nel frattempo, un titolo Mondiale. «Le fabbriche di consenso devono trasformarsi in fabbriche di profitto», ragiona Fausto Panunzi, docente di economia alla Bocconi. Traduzione. «I club sono amministrati in modo artigianale e, per troppo tempo, le società sono state legate al business principale del proprietario». Gestioni deboli, che hanno appaltato agli abusivi un pezzo di merchandising, che nei bilanci vale meno del 15%. II Real Madrid, nella prima settimana dopo l’acquisto di Rodriguez, ha incassato 15 milioni grazie alle t- shirt. Da noi fa affari soprattutto«l’industria del tarocco». I brand deboli Non stupisce, dunque, che gli sponsor tecnici guardino altrove: il Manchester United ha firmato un accordo decennale con l’Adidas da oltre 941 milioni di euro. Nella serie A comanda la Juventus che, proprio grazie all’intesa con Adidas mette in cassa, complessivamente, circa 30 milioni di euro all’anno, dieci più di Milan (Adidas) e Inter (Nike). Quello dei nerazzurri è un caso particolare, spiega Luciano Canova, Faculty member alla Scuola Enrico Mattei di Eni Corporate University e collaboratore de La Voce.info, perché neppure nella stagione vincente di Mourinho la società è riuscita a creare un brand forte, esportabile. Tocca a Thohir cambiare rotta: il primo passo è l’ingaggio di Michael Bolingbroke, ex direttore organizzativo al Manchester United.

Fonte: La Stampa